L’esemplare proviene dalla raccolta di Evan Gorga, formatasi attraverso numerose e diversificate acquisizioni tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.
Si tratta di un liuto a spiedo ad arco, caratterizzato da un risuonatore emisferico ricavato da una noce di cocco e chiuso anteriormente da una membrana animale. Una pica metallica attraversa il corpo dello strumento, collegandolo al manico e proseguendo inferiormente nel puntale. Lo strumento presenta due bischeri originali, che attestano l’originario assetto bicorde. Delle due corde in crine, una è quella originale, mentre l’altra è stata reintegrata durante il restauro sulla base delle caratteristiche della corda superstite. Lo strumento conserva inoltre il proprio arco in legno, privo del fascio di crini.
La struttura dell’esemplare corrisponde a quella della kemângeh a’gouz descritta da Guillaume-André Villoteau nel 1823 e della kemengeh documentata pochi decenni più tardi da Edward William Lane. Queste fonti ottocentesche permettono di ricondurre lo strumento alla denominazione storica di kamānja ʿaǧūz, oggi sostituita, per strumenti morfologicamente analoghi, dal termine rabāba.
Nella prima metà del XIX secolo, il kamānja ʿaǧūz faceva parte, nel contesto urbano del Cairo, dell’organico degli ālātiyyah, insieme a ʿūd, qānūn, nāy e riqq. Tale formazione anticipa l’organico del taḫt, piccolo ensemble della musica urbana egiziana. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento, il kamānja fu progressivamente sostituito dal violino europeo. Lo strumento era inoltre utilizzato per accompagnare la danza, in particolare nelle esibizioni delle ghawāzī, danzatrici e intrattenitrici professioniste.
Il moderno rabāb, che conserva il medesimo morfotipo del kamānja ʿaǧūz, è tuttora impiegato nell’accompagnamento del canto e della poesia narrativa ed epica, in particolare nella tradizione della Sīrat Banī Hilāl. Lo strumento viene suonato con un arco dal musicista seduto.