Per definire questo esemplare, proveniente dalla raccolta di Evan Gorga, si adotta qui il nome idiomatico rabāb mughannī, sulla base dell’analisi stilistica e morfologica dell’esemplare, in ragione della sua corrispondenza con la variante bicorde documentata dalle fonti egiziane ottocentesche. Si tratta di un liuto a spiedo ad arco, dotato di una cassa quadrangolare poco profonda, costituita da un telaio ligneo rivestito da membrana e attraversata dall’elemento assiale che forma il manico. Questo è fissato alla cassa da una pica metallica, che funge da puntale. Il manico non presenta un cavigliere distinto ed è munito di due bischeri. È decorato da intarsi in madreperla, 3 dei quali risultano mancanti. Nell’area del ponticello la membrana presenta un rinforzo in cuoio, mentre il ponticello e le corde attualmente presenti sono di restauro.
Lo strumento è generalmente impiegato in ambiti rurali e nomadi, nei quali svolge una funzione di sostegno melodico alla voce. L’impiego del rabāb quadrangolare è attestato nell’accompagnamento del canto presso popolazioni rurali e nomadi del Levante e della Penisola arabica, mentre in Egitto la tradizione del rabāb è strettamente legata alla poesia epica e alla figura del cantore-narratore. Il repertorio della Sīrat Banī Hilāl è oggi eseguito soprattutto sulla rabāba a cassa semisferica, che ha in larga parte sostituito la precedente forma quadrangolare, oggi sostanzialmente scomparsa. Nel corso dell’esecuzione lo strumento viene tenuto in posizione verticale e suonato per mezzo dell’arco.