Il crepitacolo su corda appartiene alla categoria degli idiofoni a scuotimento, strumenti nei quali il suono è prodotto dall’urto reciproco di elementi mobili attivati dal movimento dell’esecutore. Nella classificazione Hornbostel-Sachs rientra tra gli shaken idiophones e, più precisamente, tra gli strung rattles, costituiti da elementi sonori infilati o fissati a corde, fibre, reti o supporti flessibili. Questi strumenti possono assumere forme diverse, come collane, cavigliere, bracciali o elementi destinati all’abbigliamento, e possono essere realizzati con semi, gusci, conchiglie, elementi ossei, lignei o altri materiali organici. Il suono viene prodotto attraverso il movimento del corpo, durante la danza o l’esecuzione musicale, provocando l’urto reciproco degli elementi mobili. La stretta relazione tra corpo, gesto e produzione sonora li rende particolarmente associati a pratiche coreutiche, rituali e cerimoniali. Nelle pratiche musicali dell’Africa subsahariana i crepitacoli corporei sono frequentemente utilizzati come accompagnamento ritmico alla danza e al canto collettivo, contribuendo alla costruzione della trama ritmica dell’ensemble e alla marcatura del movimento coreutico. La relazione tra corpo, gesto e produzione sonora costituisce infatti un elemento centrale nelle pratiche performative africane, nelle quali gli idiofoni a scuotimento indossabili possono assumere una funzione non soltanto musicale, ma anche performativa e simbolica.
Gli esemplari inv. 3136, 3137, 3138, 3139, 3140, 3141 e 3142, qui esposti, presentano differenti configurazioni costruttive, tra strutture anulari e supporti lineari o a fascia, realizzate prevalentemente in fibre vegetali e arricchite da elementi mobili di origine organica e inorganica, quali semi, gusci lignificati, elementi ossei, conchiglie e perline vitree. Pur nella varietà delle forme e dei materiali, gli oggetti condividono la funzione crepitacolare, ottenuta mediante lo scuotimento e il reciproco urto degli elementi mobili. Gli esemplari fanno parte di un gruppo complessivo di dodici manufatti, inventariati dal 3136 al 3147, rinvenuti nella medesima scatola e privi di documentazione relativa a provenienza, acquisizione o contesto d’uso. In assenza di dati archivistici certi, le caratteristiche morfologiche, costruttive e materiche consentono di riferire con cautela il gruppo ad ambiti culturali dell’Africa subsahariana.
Il restauro dei manufatti è stato effettuato da Zahra Azmoun nel 2025.