Denominazioni differenti sono attestate per designare il tamburo a calice, la cui diffusione si estende dai territori del Nord Africa e del bacino del Mar Mediterraneo, fino all’area balcanica e al sud-est asiatico.
L’esemplare in esame è probabilmente originario del Maghreb, area nella quale il tamburo a calice è comunemente indicato con il nome darbūka. Presenta un corpo cavo in terracotta, articolato in una sezione superiore globulare, sulla quale è tesa una membrana in pelle, e una inferiore cilindrica, rastremata verso il basso e raccordata a una base espansa ad anello. Come consuetudine, la superficie del corpo è riccamente decorata: si osservano, nello specifico, motivi seriali e ripetitivi a rilievo.
La darbūka può essere suonata sia solo che in ensemble. In particolare, il suo ampio volume la rende adatta a occasioni che si svolgono all’aperto, come processioni o festività familiari, e la sua sonorità è associata alla danza.
Nel corso dell’esecuzione, la darbūka può essere suonata sia in posizione eretta che da seduti: il musicista in piedi sostiene lo strumento sotto il braccio, talvolta con l’ausilio di una cinghia; il musicista seduto mantiene il tamburo sulla coscia sinistra. In entrambi i casi la membrana, rivolta verso l’esterno, viene percossa con entrambe le mani: le sonorità gravi (dum) sono prodotte con la mano dominante colpendo il centro della membrana, quella acute (tak) sono realizzate con entrambe le mani percuotendo il profilo della membrana.